Running without sound Chapters I – XI

Chap. I

Edo si appoggiò leggermente alla porta nel tentativo di aprirla lentamente e soprattutto silenziosamente, ma calibrò male la spinta e si spalancò con violenza, sbattendo rumorosamente contro il muro.

Per fortuna in sala c’era un frastuono indescrivibile, a tal punto che quasi nessuno fece caso al rumore da lui provocato, solo qualche testa si voltò nella sua direzione, per rigirarsi pressoché immediatamente, dopo averlo squadrato, per non più di un paio di secondi, con aria di sufficienza.

Si sedette a poca distanza dalla porta, in un posto che gli sembrava tra i più appartati.

La sala era strapiena, la riunione aveva fatto molto scalpore a scuola.

Alcuni genitori non volevano si tenesse, sostenevano che le discussioni sul gender avrebbero dovuto essere vietate, se non per legge, almeno dalle regole della morale e della buona creanza, e che in ogni caso per nessuna ragione avrebbero permesso alle loro creature di ascoltare discorsi che li avrebbero potuti trasformare in pervertiti.

Nelle settimane precedenti erano state indette assemblee di classe che poco differivano da quelle di condominio, benché si discutesse di “massimi sistemi”, argomenti elevati insomma, così come gli insulti lanciati goliardicamente da una parte verso l’altra.

Il preside ebbe il suo bel da fare nello spiegare ai più facinorosi che, in realtà, l’assemblea di istituto era stata convocata per discutere di bullismo e rispetto delle diversità.

Qualche settimana prima una studentessa, lesbica, era stata selvaggiamente picchiata, poco dopo la fine delle lezioni, da un branco di ragazzi dell’ultimo anno, che non erano riusciti a portare fino in fondo il loro intento: violentarla allo scopo di darle “una lezione”.

A scuola era arrivata, per fortuna tempestivamente, la polizia, chiamata da uno studente, che aveva denunciato telefonicamente l’accaduto mentre era ancora in corso, tuttavia, non aveva voluto fornire le proprie generalità all’operatore che gli aveva risposto, per non essere coinvolto.

La spiegazione del preside aveva tutt’altro che calmato gli animi.

Quasi tutti i contrari all’assemblea si erano domandati cosa c’entrasse il rispetto della diversità con una che andava in giro vestita come un maschio, fumava probabilmente non solo sigarette, e faceva sfacciatamente la corte alle ragazze, soprattutto a quelle più grandi di lei.

Non era forse lei a dover essere educata, irriverente com’era? E non c’era un problema di sicurezza nella scuola, considerato che qualcuno, invece di rivolgersi al preside, aveva chiamato la polizia per risolvere quella che era, chiaramente, una ragazzata?

Ben più utile sarebbe stato mandare un messaggio sulla chat dei genitori, loro sì che avrebbero saputo trovare una soluzione, certamente diversa dal mettere in piazza le faccende private della scuola e dei ragazzi.

E sì, perché con la polizia erano arrivati i giornalisti e le telecamere, in cerca di particolari da sbattere in prima pagina su quanto accaduto, insomma erano giorni che non si trovava parcheggio alla fine delle lezioni, senza poi trascurare il fatto che nella scuola c’era una deviata è chissà, magari aveva pure fatto proseliti.

Quanto meno il preside non aveva ammesso in aula né giornalisti, né telelecamere, né genitori, benché questi ultimi avessero fortemente insistito per partecipare al dibattito.

A posteriori, Edo dovette riconoscere che la loro assenza aveva consentito un dibattito più libero e franco, almeno all’inizio.

La discussione era, infatti, dopo poco, sfociata in lazzi e battute a triplo sfondo sessuale, mentre nelle ultime file della sala un buontempone, noto per i suoi atteggiamenti bulli e omofobi, aveva afferrato il microfono per lanciare il sondaggio su chi meritasse il premio di checca del trimestre.

A queste parole Edo era trasalito, nessuno aveva mai avuto il coraggio di fare allusioni sul suo conto, ma sapeva per certo che quanto era accaduto nella sua vita amorosa di recente non gli aveva attribuito una buona nomea e molti, sottovoce, lo collocavano giá sull’altra sponda.

La circostanza poi che Lidia, la ragazza aggredita, fosse una delle sue amiche, una delle poche, non deponeva a suo favore.

Essendo sicuro che il sondaggio, alla fine, avrebbe preso di mira qualcuno presente in aula e non avendo alcuna intenzione di assistere alla pubblica umiliazione del malcapitato di turno, decise di alzarsi il più silenziosamente possibile e di imboccare velocemente la porta accanto alla quale si era opportunamente e intelligentemente seduto.

Dopo essersi lasciato alle spalle grida e schiamazzi Edo emise quasi involontariamente un grosso sospiro di sollievo, ma il fiato gli si spezzò in gola quando vide Michela, anche lei stranamente fuori dall’aula e tutto gli tornò drammaticamente alla memoria.

Chap. II

Michela era entrata nella sua vita come un alito di vento fresco in una calda giornata estiva.

Edo era seduto nel bar della scuola, da solo come spesso gli capitava, concentrato nell’intento di addentare una brioche con la marmellata, senza che quest’ultima gli colasse sulla camicia.

Come al solito non ci era riuscito e guardava, indispettito, una grossa macchia rossa color ciliegia che gli decorava il polsino destro della camicia immacolata, proprio quella che sua madre aveva finito di stirare, non senza un certo fastidio, il pomeriggio precedente.

Edo si immaginava la scenata non appena lei si fosse accorta di quella macchia così vistosa, aveva già nelle orecchie i suoi mi fate sempre lavorare inutilmente! Ai quali ormai era così abituato, tanto che non avrebbe più dovuto farci caso.

Ma lui, purtroppo, caso ce ne faceva eccome, voleva sempre soddisfare tutti e non poteva fare a meno di dispiacersi quando gli accadeva, per altro involontariamente, di ferire qualcuno, questo anche per questioni di scarsa importanza.

Avrebbe potuto tentare di eliminare lui stesso la macchia, ma ci aveva già provato in passato ed il ricordo di quello che aveva combinato gli bastò per levarsi immediatamente l’idea dalla testa.

Sollevò lo sguardo, perplesso, all’inizio senza posarlo su qualcuno in particolare, nonostante il bar fosse, per quell’ora, abbastanza affollato, poi la vide.

Era vestita come sempre in modo semplice ma al tempo stesso ricercato, certamente capi alla moda, mescolati sapientemente con accessori poco tradizionali, non passava certo inosservata, era classica e al contempo originale.

Rimase folgorato, non riusciva a staccarle gli occhi di dosso, la fissò così a lungo che, alla fine, lei se ne accorse.

Non gli sembrò che le dispiacesse, Michela era una ragazza molto riservata, bella e ammirata dai ragazzi, ma con il suo atteggiamento li spaventava e quasi sempre li allontanava.

Altre, dopo uno sguardo come quello che Edo le aveva lanciato, uno sguardo che comunque Michela era abituata a suscitare, non avrebbero esitato a farsi avanti o almeno a dare un segnale del loro interesse.

Lei no, in quelle situazioni reagiva allontanando lo sguardo e spesso andandosene, chi l’aveva osservata finiva per sentirsi mortificato, così ormai quasi tutti i ragazzi della scuola l’avevano rimossa dall’elenco delle possibili “prede”, lei non dimostrava nei loro confronti alcun interesse.

Edo non aveva mai pensato a Michela, aveva corteggiato per qualche tempo una sua compagna di classe, Giada, ma lei prima lo aveva illuso, poi aveva avuto tre brevi flirt, in rapida successione, proprio con i suoi più cari amici e, alla fine, si era trasferita in un’altra scuola.

Lui si era autoconvinto che il comportamento di Giada gli fornisse un buon motivo per ignorare qualsiasi altra ragazza ma, ogni volta che ci pensava, era costretto ad ammettere che questa era solo una scusa.

Edo rivolse nuovamente lo sguardo per qualche secondo verso il tavolo dove sedeva Michela, che nel frattempo era stata raggiunta da Sara, la sua migliore amica, l’unica con la quale si confidava e che aveva il coraggio di uscire con lei senza timore di confrontarsi con la sua bellezza.

Sara, almeno apparentemente, se ne fregava di tutto, a partire dal suo stesso aspetto fisico, non era particolarmente attraente, frequentava chiunque, incassava le peggiori battute senza battere ciglio e, se ne aveva voglia, era capace di replicare in modo salace, lasciando l’avversario di stucco.

Edo non riusciva più a vedere il volto di Michela, Sara si era frapposta tra loro, ma la sua silhuette era ancora ben visibile, in altre parole era rimasta seduta tranquillamente al suo posto.

Non era da lei, pensò Edo, di solito non appena si sentiva osservata tendeva a nascondersi, a defilarsi o a reagire in modo tale che l’osservatore fosse così a disagio da desistere.

Edo si chiese se quel comportamento, apparentemente diverso dal solito, avesse una spiegazione o se si trattasse di una pura casualità, se non addirittura fosse solo frutto della sua immaginazione.

Non aveva mai pensato a lei come alla sua possibile ragazza, quindi si chiedeva perché, in quel momento i suoi occhi faticassero a staccarsi da Michela. Lui era cambiato? O forse lo era lei?

Dopo una decina di minuti Michela e Sara si alzarono, si scrollarono di dosso le briciole del panino ed uscirono dal bar, con un portamento che a lui sembrò quello di due regine che incedono tra servi e sudditi.

Michela, prima di imboccare definitivamente la porta si girò e furtivamente gli lanciò uno sguardo.

Chap. III

La realtà, come spesso accade, si era rivelata ben lontana dalle aspettative.

Si erano incrociati molte volte, nei giorni e nelle settimane successive, Michela aveva insistito nel proprio atteggiamento, quando si incontravano lo fissava, sembrava quasi cercarlo nei propri spostamenti.

Iniziavano a girare voci su un suo interesse per Edo che si ritrovò così, suo malgrado, al centro dell’attenzione dei compagni di scuola, da un lato era invidiato, dall’altro denigrato, insinuavano che Michela volesse solo aggiungerlo alla schiera di ammiratori delusi, proprio lui che prima di allora non aveva manifestato alcun interesse per lei.

Edo in quella situazione non sapeva come comportarsi, doveva invitarla ad uscire? O ignorarla? La cosa certa era che le voci sul loro conto dovevano finire, al contempo però Michela lo incuriosiva, così le propose di uscire.

Anche Angelo, il suo migliore amico, lo aveva incoraggiato, facendogli anche presente che nessuno avrebbe potuto comprendere la sua ritrosia a fronte del palese interesse di Michela, chiunque altro avrebbe sicuramente approfittato della situazione per mettersi con una delle ragazze più ambite della scuola.

L’appuntamento, però, aveva avuto dei risvolti inaspettati.

Avevano camminato a lungo, dalla scuola fino al locale che avevano scelto, senza sfiorarsi, pur se vicini, mantenendo tra loro uno spazio inusuale per due semplici amici. Avevano ondeggiato l’uno verso l’altra, a turno, non troppo armonicamente, indecisi entrambi su cosa fare e cosa dire, un palese imbarazzo si era frapposto tra loro.

Entrando nel pub avevano indugiato anche nella scelta del tavolo, appartato o al centro degli sguardi degli altri avventori? Nessuna delle due scelte li soddisfaceva e così avevano optato per una via di mezzo.

Avevano alternato brevi e banali conversazioni a lunghi e imbarazzati silenzi, aiutati un poco dalla necessità di consumare quello che avevano ordinato.

Michela non si era rivelata una brillante oratrice, forse era condizionata dalla situazione o dai propri sentimenti, Edo era incredibilmente frustrato.

Il tutto era durato poco più di mezzora, ma a lui era sembrato un secolo, non si era mai trovato in una situazione simile e si sentiva imbarazzato, confuso e deluso da se stesso.

Quello sguardo, così intenso ed inusuale per entrambi, dal quale tutto era iniziato, sembrava stranamente aver pressoché consumato tutta l’attrazione ed il desiderio che inizialmente sembrava esserci stato tra di loro.

Doveva ammettere a se stesso che non riusciva più a ricordare cosa l’avesse attratto di Michela, sinceramente ora era più preoccupato dei commenti che la loro uscita ed il suo esito avrebbero suscitato.

Mentre Edo si stava alzando per andare a pagare, Michela manifestò la propria disponibilità ad incontrarsi di nuovo. Lo aveva detto, parve a Edo, con un tono tale da lasciare il dubbio se volesse effettivamente rivederlo o piuttosto smascherare le sue intenzioni, lui ne fu turbato e non riuscii a nasconderlo.

Michela sembrò delusa dalla sua reazione ed Edo non ebbe il coraggio di rifiutare, anche se finì per intricarsi in un dedalo di parole, scuse, impegni, programmi, nel tentativo di stabilire una data nella quale rivedersi.

Lei a fronte delle sue difficoltà sorrise enigmaticamente, fu palese, invece, la richiesta di essere accompagnata a casa, benché abitasse a duecento metri dal locale.

Attraversando la strada incrociarono Sara, che prima li fermò con una scusa e poi iniziò ad inondarli di parole e di domande su come fosse andata.

Fu un incubo dal quale Edo riuscì a liberarsi solo dopo una ventina di minuti, grazie ad una provvidenziale telefonata di sua madre, che gli ricordava che quella sera doveva rientrare a casa presto, c’erano ospiti a cena.

Chap. IV

Edo rivide Michela la settimana seguente.

Nonostante l’esito del primo appuntamento aveva deciso di accettarne un secondo, tuttavia provava frustrazione ogni volta che ripensava alla loro prima uscita insieme.

Michela era la prima ragazza che gli interessava veramente ed il primo appuntamento lo aveva immaginato ben diverso: più tenerezza, più complicità, più sorrisi e soprattutto meno imbarazzo.

Anche Michela aveva ripensato spesso al loro incontro ed al fatto che avesse provato sensazioni contrastanti.

Lei non aveva frequentato molti ragazzi, era selettiva, forse sin troppo, ma conosceva già il loro imbarazzo al primo appuntamento: sbruffoni a parole, in realtà quasi sempre timidi, insicuri ed in cerca di conferme.

Usualmente le uscite in compagnia maschile si rivelavano per lei una amara delusione e non avevano seguito.

Edo però si era comportato in modo inatteso, quasi fosse più alla ricerca di se stesso che di una ragazza con cui iniziare una storia, anche se Michela era sicura di piacergli.

Lui le era sembrato diverso dagli altri.

Per quanto avesse avuto modo di osservare a scuola, Edo le appariva sicuro di sé, ma senza doverlo ostentare, non faceva parte di gruppi, non in maniera assidua almeno, per lei emergeva rispetto agli altri e qualcosa in lui attirava la sua attenzione. Doveva riconoscere, tuttavia, che, al tempo stesso, qualcosa in Edo la turbava, per questo non era mai riuscita a fargli percepire il proprio interesse.

Inaspettatamente quel giorno al bar le era scattato qualcosa, guardarlo fisso negli occhi era stato quasi un imperativo categorico, non si era potuta sottrarre.

Ciò nonostante, quando ripensava al loro primo appuntamento, era perplessa. Edo non era certo un chiacchierone, ma nemmeno un imbranato. Proprio per questo motivo il suo atteggiamento forzato, quasi disinteressato, l’aveva sorpresa e al tempo stesso ferita, cementando tra loro un imbarazzo ed un silenzio che nessuno dei due era riuscito a spezzare.

Lei, però, aveva deciso che valeva davvero la pena conoscerlo e voleva riprovarci, anche a costo di scoprire che Edo non era interessato a lei o che, per qualche oscura ragione, frequentarla lo metteva a disagio. Per questo motivo aveva insistito per rivederlo, si era veramente stupita di se stessa, non le era mai successo in passato, di solito erano i ragazzi a cercarla e lei ad ignorarli, non il contrario.

Alla fine del secondo appuntamento fu felice di aver assecondato il proprio istinto.

Erano stati a cenare in una piccola trattoria, l’atmosfera era stata sin dall’inizio più rilassata, le parole fluivano veloci, erano allegri e avevano parlato molto, toccando tanti argomenti diversi: le loro vite quotidiane, le loro famiglie, i loro interessi e avevano scoperto di avere molto in comune, di non essere uguali, ma forse complementari.

Erano entrambi curiosi, desideravano viaggiare, amavano leggere, scrivere, andare al cinema, studiare e non erano inclini ai rapporti superficiali, erano affascinati dall’arte ed entrambi si sentivano a proprio agio con persone più grandi piuttosto che con loro coetanei.

Sull’alimentazione, invece, faticavano a trovare un punto di incontro, lui amava la pasta, le verdure ed i dolci, lei adorava riso, legumi e frutta, conclusero però sorridendo che era una buona occasione per fare insieme nuove esperienze culinarie.

Nell’avvicinarsi al locale Edo si era sentito il piombo ai piedi, aveva faticato a mettere un passo dopo l’altro e non era riuscito ad immaginare come avrebbe reagito se anche quella volta l’incontro si fosse rivelato un disastro.

Il viso sorridente di Michela, ferma ad aspettarlo davanti alla porta, lo aveva subito rasserenato, lei sembrava aver dimenticato completamente quanto accaduto la volta precedente e questo era già un buon inizio, il locale, poi, si era rivelato accogliente, per altro, era pressoché deserto e anche questo aveva fatto piacere ad entrambi.

Una calda corrente di intimità e di affetto li aveva avvolti sin da quando si erano seduti, l’avevano avvertiva chiaramente entrambi, anche se nessuno dei due l’aveva resa esplicita, temendo svanisse. Non era stato difficile aprirsi, anzi, si erano sentiti come due amici che si frequentano sin dall’infanzia. La distanza, l’imbarazzo, il disagio che c’era stato tra loro erano improvvisamente svaniti, come per magia.

Erano usciti euforici, il tempo era passato velocemente, troppo, lui l’aveva accompagnata verso casa senza bisogno che lei glielo chiedesse e si erano salutati con un bacio tenero sulla guancia, anche quel gesto era stato spontaneo da parte di entrambi.

Chap. V

Era domenica e Michela aprì gli occhi qualche minuto prima che la sveglia suonasse, era nervosa, emozionata e soprattutto felice, Edo invece sedeva già sul letto, la faccia tra le mani, sveglio da ore.

Lei gli aveva proposto di trascorrere quel giorno in un famoso parco divertimenti, lui aveva accettato anche se con assai poco entusiasmo e Michela lo aveva percepito.

Lei aveva già cancellato dalla memoria il loro primo appuntamento e le rare volte in cui le tornava in mente, le sembrava solo un brutto sogno. Edo invece ogni tanto si sentiva ancora a disagio, Michela lo avvertiva e ne era dispiaciuta, ma cercava di nasconderlo.

Lui non aveva chiuso occhio per tutta la notte.

Quando Michela gli aveva proposto di andare in quel parco gli era tornata alla memoria la volta in cui ci era stato con la sua famiglia, era successo un paio di anni prima, ma a lui sembrava trascorso un secolo.

Non ne aveva parlato con nessuno, neanche con i suoi migliori amici.

Edo non aveva mai amato la velocità ed i vuoti d’aria, sopportava a fatica gli aerei e non si era nemmeno fatto acquistare uno scooter, come invece avevano fatto quasi tutti i suoi coetanei, ma questo non lasciava certo presagire quell’epilogo per una innocente giornata al parco con la famiglia.

Aveva vomitato tre volte e, dopo essere sceso dal galeone, aveva perso i sensi per qualche secondo. Sua madre si era chinata su di lui, angosciata, suo padre si era limitato a svegliarlo con un sonoro ceffone.

Per passare il tempo ed allentare la tensione decise di fare un’abbondante colazione, l’altra volta non aveva mangiato quasi nulla durante l’intero arco della giornata ed il medico, dal quale i suoi lo avevano portato, gli aveva detto che quella poteva essere stata la causa del suo improvviso malore.

Non disse nulla ai genitori, se avessero saputo che tornava in quel posto sua madre gli avrebbe quasi certamente impedito di uscire, facendogli fare una figura ancora peggiore di quella che, ne era certo, avrebbe fatto poche ore più tardi.

Non riusciva però a capacitarsi di come avesse potuto accettare. Per quale motivo la sua volontà di fronte a Michela si sgretolava come sabbia? Sperava che il programma saltasse per la pioggia, ma il cielo era terso e le previsioni metereologiche non gli lasciavano alcuna via di scampo.

Non gli restò che raggiungere la stazione dei treni, dove Michela lo aspettava con un sorriso radioso. Edo si stupì di poter indurre tanta felicità in un’altra persona, peraltro, anche lui teneva moltissimo a Michela, anche se non poteva o voleva dare un nome a quel sentimento.

Salirono sul treno e partirono dopo pochi minuti, il viaggio sarebbe durato poco più di un’ora. Parlarono del più e del meno, Edo sembrava aver messo da parte le sue preoccupazioni, Michela era visibilmente contenta.

All’ingresso non fecero fila, splendeva il sole ma la temperatura non era elevata, per fortuna non era ancora tempo per le invasioni di massa estive.

Non appena furono entrati Michela corse di gran carriera verso gli autoscontri, un inizio soft, pensò Edo con grande sollievo.

Anche le giostre successive non furono troppo impegnative, ma intorno a mezzogiorno lei puntò il dito verso l’area del parco che lui ricordava ancora con terrore.

Fu un trittico che sembrava non aver fine: montagne russe, simulatore di volo e l’immancabile galeone. Quando scese da quest’ultimo Edo era pallido come un cadavere, Michela lo fissava preoccupata.

Lui non era certo di avere il controllo del proprio corpo, la testa gli girava, il cuore gli batteva fortissimo, lo stomaco gli si contorceva.

Ebbe la sensazione che Michela stesse per dire qualcosa, ma non ne era certo, sospeso com’era in una dimensione quasi onirica.

Lo colse un improvviso attimo di lucidità e temette di essersi reso ridicolo, l’unico rimedio plausibile gli parve quello di baciarla, avrebbe così riacquistato la sua dignità.
La prese gentilmente ma con decisione e lei non si oppose.

Avvicinò le sue labbra a quelle di Michela, si chiese cosa avrebbe provato, e, soprattutto, se le sue condizioni gli avrebbero consentito di conservare il ricordo di quel momento.

Appoggiarono le loro bocche l’una sull’altra, delicatamente, ma non appena le loro lingue si sfiorarono Edo sentì salire un conato di vomito, improvviso e violento.

Si staccò repentinamente da Michela, spingendola lontano da sé e facendola cadere rovinosamente sull’erba.

Edo rimase immobile, mentre lei lo fissava sorpresa e delusa, poi lui vomitò con encomiabile completezza tutta la colazione.

Michela, che aveva attribuito quanto accaduto al bacio, quando, con sollievo, si rese conto che non si trattava affatto di quello iniziò a ridere come non aveva mai fatto, senza riuscire più a fermarsi.

Edo si vide per un attimo con gli occhi di lei, la scena era stata davvero esilarante e non poté fare a meno di ridere a sua volta.

Chap. VI

Edo sapeva che il momento della verità si avvicinava a grandi passi.

Qualche giorno prima era stato a casa di Angelo e gli aveva raccontato i precedenti appuntamenti con Michela, omettendo, tuttavia, i particolari più imbarazzanti.

Angelo lo aveva ascoltato con attenzione e gli aveva fatto capire sin troppo esplicitamente che era giunto il momento di fare sesso con Michela.

Edo si era reso conto che il suo amico considerava questo aspetto fondamentale in un rapporto e che, a suo avviso, lui e Michela avevano perso già sin troppo tempo.

Lo ascoltava titubante, sforzandosi di annuire, non poteva fare a meno di domandarsi però se l’ostentata sicurezza del suo amico fosse solo apparente o se derivasse dal fatto che in fondo si trattava di sentimenti altrui.

Ormai usciva da mesi con Michela e la loro relazione era di dominio pubblico, in ogni caso lo infastidiva sentir parlare di lei come se fosse una preda, come facevano i ragazzi a scuola e in quel momento anche il suo amico.

I suoi coetanei non riuscivano proprio ad andare oltre l’aspetto fisico? Michela era davvero una persona speciale e forse l’esser bella era la minore delle sue qualità.

Quello che di lei lo aveva affascinato sin dal principio era stata la sua personalità, il suo modo originale di porsi nei confronti degli altri e della vita, Michela lo esprimeva con i gesti, con la scelta dell’abbigliamento e del trucco, ma soprattutto con le parole, lui poteva rimanere ad ascoltarla per ore senza stancarsi, lei aveva sempre argomenti e una propria precisa opinione su ogni cosa, tuttavia Edo non aveva ancora capito sino a dove lo avrebbe condotto quel sentimento.

Sino a dove tutti si aspettavano?

Angelo non si poneva certo tutte queste domande, per lui la questione era semplice: Michela ed Edo uscivano insieme da troppo tempo e dovevano concludere.

Lui voleva solo che la sua prima volta fosse con una persona speciale, qualcuno che avrebbe potuto lasciare una traccia nella sua vita e Michela era la ragazza più particolare ed interessante che avesse mai conosciuto, le voleva bene ed era ricambiato.
Edo, su questo, non si sbagliava, ne era certo, lo sentiva.

Dal canto suo Michela detestava chi considerava le ragazze territorio di conquista o mezzo di autoaffermazione nei confronti del gruppo, per altro non aveva mai considerato la possibilità di fare sesso con un ragazzo se non nell’ambito di un rapporto di amore profondo, una relazione superficiale o basata sulla semplice attrazione fisica non le interessava affatto.

Edo aveva riflettuto con molta cura prima di scegliere il luogo dove avrebbero potuto stare in intimità.

Aveva escluso sin da subito casa sua, le mura domestiche lo avrebbero certamente inibito.

Scartò anche la casa di lei, l’avrebbe avvertito come un territorio ignoto, forse anche ostile.

Alla fine optò per la casa di campagna di Angelo, dove aveva trascorso tanti giorni di vacanze spensierate, il suo amico aveva le chiavi e in quel periodo dell’anno non era abitata.

Edo aveva proposto a Michela di partire per un fine settimana, ai genitori avrebbero raccontato che si trattava di una gita con amici.

Nel farle la proposta fu meno impacciato di quanto avesse temuto e questo gli parve di buon auspicio.

Michela accettò entusiasta, forse anche lei sperava che fosse l’occasione giusta per la loro prima volta, ma non aveva fatto alcuna allusione in merito, gli aveva però confessato che era il primo ragazzo per il quale provava un sentimento tanto profondo e con il quale riusciva a parlare di qualunque cosa sentendosi perfettamente a proprio agio.

Raggiunsero la casa di Angelo in treno, si trovava in una piccola città di campagna, a poche centinaia di metri dalla stazione ferroviaria. Nei pressi della villetta, inoltre, vi erano un paio di trattorie, una paninoteca e una pizzeria, tutti posti che Edo conosceva benissimo.

Erano entrambi euforici, durante il viaggio sembravano già conoscere quale sarebbe stato l’epilogo della serata, ma non apparivano preoccupati, anzi al contrario si dimostravano quasi sfrontati.

Dopo cena decisero di andare al cinema, in una piccola multisala, si tenevano per mano e faticavano a concentrarsi sul film.

Rientrarono sotto braccio e sorridenti.

Edo si era sentito sicuro durante tutto l’arco della giornata, i rovinosi episodi della loro prima uscita insieme e del primo tentativo di baciarla al parco divertimenti sembravano lontani anni luce, invece, inaspettatamente appena ebbe varcato l’uscio di casa avvertì un improvviso blocco allo stomaco.

Pochi passi e furono davanti al letto, immobili.

Edo sentì inizialmente mancargli il respiro e decise di rifugiarsi per qualche minuto in bagno, era convinto che una spruzzata d’acqua fresca in viso gli avrebbe liberato la mente dalle paure e dai pensieri che improvvisamente lo bloccavano.

Michela si era distesa sul letto, ma prima aveva estratto il proprio pigiama, in pile, bianco candido, dalla piccola valigia rosa e lo aveva posato con cura sul cuscino.

Mentre Edo era in bagno le parve che il tempo scorresse lentamente ed iniziò a preoccuparsi, dal canto suo lui esitava ad uscire, sembrava che un peso insopportabile gli impedisse di compiere anche un solo passo.

Alla fine decise con inspiegabile riluttanza di tornare da lei, si era già rinchiuso lì dentro sin troppo a lungo ed era in imbarazzo per questo.

Vide Michela sul letto, supina, il mento appoggiato sul dorso delle mani.

Era davvero bellissima.

Lei lo sentì entrare, lo guardò con complicità e gli sorrise, questo sembrò restituire ad Edo per un attimo la padronanza di sé, ma un istante dopo si ritrovò imbambolato a guardarla, incapace di compiere alcun gesto.

Decise pragmaticamente che tanto valeva iniziare a spogliarsi, si tolse quindi la camicia, poi facendosi coraggio si avvicinò a Michela, che nel frattempo si era seduta sul bordo del letto.

Le accarezzò la spalla e lasciò scorrere la mano lungo la sua schiena finché trovò il gancetto del reggiseno, si arrestò un attimo per cercare di capire come aprirlo.

Lei sembrava incoraggiarlo accarezzandogli delicatamente il braccio.

Ma proprio quando tutto pareva procedere come sperato, Edo si trovò in mano il reggiseno di pizzo blu ed istantaneamente si bloccò.

La fissava e non si muoveva, poi abbassava perplesso lo sguardo sul reggiseno, tenendolo sollevato a mezz’aria, incapace di decidere cosa fare.

Alla fine chinò il capo, imbarazzato e confuso, e si mise a fissare il pavimento.

Michela all’inizio pensò si trattasse del fatto che per entrambi era la prima volta, ma i minuti trascorrevano e le guance paonazze di Edo erano l’unica reazione percepibile, poi finalmente lui aprì bocca ma riuscì solo a balbettare qualcosa di incomprensibile.

Lei abbassò lo sguardo, ferita, si coprì infilandosi il maglione e lo lasciò solo nella stanza, con in mano il reggiseno come un macabro trofeo.

Dopo un secondo Edo la sentì singhiozzare sommessamente dal bagno nel quale si era rinchiusa, gli sembrò allora di sprofondare in un abisso, avrebbe voluto scomparire all’istante e per sempre.

Chap. VII

Edo non vedeva Michela da quella sera.

Nelle settimane successive si erano incrociati raramente, anche se qualche volta era stato inevitabile, la scuola non era poi così grande.

Quando era accaduto entrambi, pressoché all’unisono, avevano rivolto lo sguardo altrove, ignorandosi.

Nessuno dei due, tuttavia, era riuscito ad evitare un’occhiata fugace.

Da quella sera un vortice di sensazioni, tutte negative, aveva imprigionato Edo.

Era disgustato da se stesso per come si era comportato, ma il pensiero della sofferenza che Michela aveva provato, e che sicuramente stava provando, lo tormentava ancora di più.

Quel blocco, fisico e psicologico, che lo aveva assalito proprio nel momento in cui avrebbe dovuto entrare in intimità, per la prima volta, con Michela, era qualcosa che non riusciva a spiegarsi.

Faticava a riconoscersi, quando si guardava allo specchio vedeva un estraneo.

A questo si aggiungeva il fatto che la notizia della loro storia era pubblica e tutti si domandavano per quale motivo fosse improvvisamente finita.

Chi poteva essere così stupido da lasciare Michela?

Circolavano già le più disparate ipotesi, nessuna lusinghiera in relazione a lui.

Leggeva negli occhi dei compagni di scuola e dei suoi stessi amici stupore misto a commiserazione.

Tutti sembravano improvvisamente conoscerlo e sapere tutto della sua relazione con Michela, si sentiva come se al posto della pelle avesse una pellicola trasparente, attraverso la quale fosse possibile spiare i suoi sentimenti, le sue paure, la sua più intima natura.

Doveva ammettere con se stesso, però, che più terrificante e preoccupante gli appariva il giudizio di Michela, che avrebbe, per altro, potuto riferire a qualcuno quanto accaduto.

Tuttavia, quando riusciva ad essere minimamente razionale, si rendeva conto che lei non avrebbe raccontato proprio nulla.

Ciò nonostante, gli sembrava che chiunque conoscesse ogni singolo dettaglio della vicenda e lo biasimasse o, peggio, pensasse che in lui ci fosse qualcosa di sbagliato.

La sua ormai era una vera e propria ossessione, quei pensieri non gli davano tregua neppure di notte.

Incubi orribili turbavano i suoi brevi sonni, incubi dei quali ricordava poco o nulla, anche se al risveglio gli lasciavano una sensazione di frustrazione ed insicurezza, tanto che al mattino faticava a respirare, come se avesse un macigno sul petto.

Si allontanò dalla porta dell’aula dalla quale era appena uscito, i rumori della discussione che continuava all’interno erano ben percepibili, ma a lui arrivavano ovattati, stordito com’era dal frastuono dei propri pensieri.

Percorse un paio di metri e si arrestò, già esausto, come se avesse camminato per chilometri.

Non si aspettava di trovare proprio Michela fuori dall’aula, la guardò di sfuggita, lei dal canto suo non ricambiò lo sguardo, ma Edo era certo che fosse ben conscia della sua presenza.

Nessuno dei due si muoveva, entrambi in attesa che a farlo fosse l’altro, entrambi impegnati apparentemente ad ignorarsi.

Il corridoio era pressoché deserto, gli altri studenti erano ancora in assemblea o erano rimasti a casa per evitare di parteciparvi.

Nessuno, a quanto pare, era ancora andato a trovare Lidia, la ragazza aggredita.

Né Michela, né Edo riuscivano a rompere quel silenzio imbarazzante o quanto meno ad avvicinarsi l’uno all’altra.

Michela leggeva, con apparente grande attenzione, una rivista, in piedi appoggiata al muro, a pochi metri da Edo.

Lui non poté fare a meno di pensare che anche così profondamente assorta era bellissima, indossava un lungo maglione grigio, pantaloni neri di pelle attillati, stivaletti neri dal tacco alto, una lunga sciarpa grigia, un parka verde con l’interno in pelliccia sintetica rosa ed aveva un basco nero in testa, lo zaino in pelle nera era appoggiato a terra, aperto e facevano capolino libri e quaderni.

Michela sicuramente doveva aver lasciato l’aula poco prima di lui, quando la discussione aveva cominciato a degenerare.

Edo rimase immobile indeciso sul da farsi.

Dopo alcuni interminabili minuti lei pose fine all’imbarazzo di entrambi, ripose velocemente ciò che stava leggendo nello zaino e si diresse con passo deciso verso l’uscita, evitando accuratamente di incrociare il proprio sguardo con quello di Edo, che rimase solo, appoggiato al muro, più triste, deluso e sconsolato che mai.

Chap. VIII

Michela era uscita dall’aula, non tollerava più i commenti goliardici ed offensivi di un gruppo nutrito di partecipanti, che stavano trasformando un momento di riflessione e confronto in una mera occasione di gioco, dimostrando che l’aggressione a Lidia non era stata percepita nella sua gravità.

Attendeva Sara e nel frattempo leggeva una rivista, regalatale due giorni prima da Valentina, una cara amica di sua madre, alla quale Michela era molto affezionata.

Valentina era buddista da oltre trent’anni e l’aveva invitata diverse volte a partecipare ad una riunione, ma Michela non aveva mai accettato.

Si erano incontrate due giorni prima, per caso, Michela a volte faceva colazione in una caffetteria vicina alla scuola, Valentina stava bevendo un cappuccino prima di andare al lavoro, così avevano parlato per una decina di minuti e prima di salutarsi le aveva regalato un giornale buddista.

Michela aveva infilato la rivista nello zaino e l’aveva dimenticata lì.

L’articolo che stava leggendo mentre attendeva Sara era interessante, ma ben presto la sua attenzione fu catturata dalla presenza di Edo.

Sicuramente anche lui si era stancato del triste spettacolo offerto in aula.

Trasalì nel vederlo, ma riuscii a dominarsi e decise di concentrarsi più intensamente nella lettura, era certa che Edo si sarebbe allontanato immediatamente, senza rivolgerle la parola.

L’imbarazzo tra di loro era palpabile.

Edo, contrariamente alle previsioni di Michela, non si muoveva.

Michela stava valutando le possibili alternative:

1. urlargli in faccia il proprio risentimento,
2. chiedergli spiegazioni sul suo comportamento,
3. andarsene senza considerarlo, come se non esistesse.

Dopo cinque minuti, che le parvero interminabili, optò per la terza soluzione, così si incamminò a passo deciso verso l’uscita, avrebbe inviato un messaggio a Sara per farle sapere che non aveva potuto aspettarla.

Edo rimase immobile quasi fosse un complemento d’arredo.

Arrivata nel giardino antistante l’istituto respirò profondamente, si sentì per un attimo in salvo, tuttavia la sua mente era già tornata a quella notte, nella casa di campagna di Angelo.

Michela era rimasta chiusa nella stanza da bagno sino all’alba, si era coperta con gli asciugamani che aveva trovato ed aveva dormito per qualche ora nella vasca, alle prime luci del giorno si era introdotta silenziosamente in camera da letto mentre Edo dormiva, aveva recuperato le proprie cose ed era fuggita.

Aveva raggiunto di corsa il bar della stazione, dove aveva consumato in successione un cappuccino, un caffè macchiato e un secondo caffè, non era riuscita invece a mangiare alcunché, poi finalmente il treno era arrivato ed era partita.

Era delusa, confusa, ferita, voleva solo tornare velocemente nella sua stanza, tra le sue cose e farsi una doccia.

Soprattutto voleva allontanarsi il prima possibile da Edo.

Era domenica, arrivata finalmente a casa disse a sua madre che la gita si era rivelata noiosa e che per questo motivo aveva deciso di anticipare il proprio rientro.

Non aveva voglia di parlare dell’accaduto neppure con Sara.

Cercava disperatamente di riordinare le idee, ma al momento a prevalere era l’emotività, si sentiva distrutta, per una volta aveva deciso di fidarsi, di aprire il proprio cuore e la propria mente ad un ragazzo, il risultato era stato sconfortante.

Il giorno dopo avrebbe sicuramente incontrato Edo a scuola, per evitarlo pensò per un attimo alla possibilità di trasferirsi in un altro istituto, ma abbandonò subito l’idea, era insensata.

Qualunque fosse stato il motivo che aveva indotto Edo a bloccarsi, se avesse tenuto a lei, se davvero le avesse voluto bene, non le avrebbe consentito di rimanere tutta la notte in bagno, senza provare a parlarle, senza chiederle come stava, senza cercare di chiarire, semplicemente ignorandola.

Quello che l’aveva ferita di più era stato il suo silenzio, un silenzio assordante, insopportabile, segno di indifferenza assoluta.

Avrebbe accettato qualunque spiegazione, qualunque confessione, anche la più imbarazzante, ma non l’indifferenza, Edo si era rinchiuso ermeticamente in se stesso lasciandola sola, dimenticandosi della sua stessa presenza.

Come aveva potuto sbagliare tanto nel giudicarlo?

Sentiva le vecchie ferite riaprirsi, ci aveva impiegato un anno per ritrovare un precario equilibrio ed ora lo aveva nuovamente perduto.

Era delusa, si era ripromessa di essere cauta nel maneggiare i sentimenti, un campo minato per lei, invece era stata “colpita” in pieno e non poteva prendersela che con se stessa per essersi resa tanto vulnerabile.

Si tolse i vestiti, solo in quel momento si accorse che le mancava il reggiseno, l’ultima volta che lo aveva visto era nelle mani di Edo, non avrebbe mai dimenticato quella scena grottesca: l’indumento di pizzo blu che penzolava tra le sue mani, in attesa che decidesse cosa farne.

Cercò di scacciare il pensiero dalla mente, come se fosse un insetto molesto e si catapultò sotto la doccia.

L’acqua era bollente, la pelle bruciava, le lacrime ricominciarono a scendere.

Erano trascorsi già 28 giorni, era nel giardino della scuola e rivedere Edo le aveva fatto rivivere tutte quelle spiacevoli sensazioni: rifiuto, abbandono, umiliazione.

Non si erano più parlarti da allora, ogni volta che nei corridoi si erano incrociati, avevano evitato accuratamente ogni contatto.

Il fatto che Edo quella mattina non si fosse immediatamente allontanato dopo averla vista rappresentava un cambiamento.

Voleva parlarle ma non trovava il coraggio?
Sperava che fosse lei a rivolgergli la parola?
Vedendola si era semplicemente paralizzato, come quella notte?
Voleva restituirle il reggiseno?

Qualunque fosse la risposta, quella situazione la faceva soffrire, la rendeva fragile ed insicura, si ripercuoteva negativamente su ogni altro aspetto della sua vita.

Doveva trovare una via d’uscita, una soluzione.

Decise di telefonare a Valentina, era giovedì, giorno nel quale si tenevano le riunioni di buddismo, forse era giunto il momento di accettare l’invito che l’amica di sua madre le rivolgeva da quasi un anno.

Chap. IX

Edo si sedette pesantemente sul letto, facendolo cigolare.

Era così contrariato con se stesso che ormai anche i luoghi più familiari, come la sua camera, lo mettevano a disagio.

Si era imposto di restare immobile per almeno un paio di minuti, voleva pensare, ma stentava a rimanere fermo per più di due secondi.

Non riusciva a capacitarsi di essere rimasto muto e immobile, di non averle parlato, di non aver colto quella prima occasione, dopo molto tempo, per spiegarle, per giustificarsi, per comprendere insieme.

Ma ne era davvero in grado? Non capiva neanche se stesso, quando ripensava a quella sera cosa avrebbe potuto dirle?

Meditando, rigirava tra le mani il reggiseno di pizzo blu di Michela, tenendolo con la punta delle dita, quasi scottasse.

Lo osservò per qualche secondo, come se si trattasse di qualcosa che vedeva per la prima volta poi, improvvisamente, lo gettò con violenza contro la finestra.

Gli sembrò di udire una voce in lontananza, ma non vi diede peso, era troppo concentrato sui propri pensieri.

Il reggiseno sbatté contro il vetro e cadde sul pavimento, afflosciandosi su se stesso.

Edo immaginò di schiacciarlo sotto i piedi e di farlo scomparire.

Era proprio uno stupido! Davvero pensava di poterlo far sparire?

Doveva muoversi, uscire, cercare un luogo dove allontanare da sé quella angoscia che lo soffocava.

Spalancò la porta e si trovò di fronte sua madre.

Lo osservava perplessa.

Forse aveva percepito il suo nervosismo, era una attenta osservatrice ed il suo malumore di quei giorni non le era certo sfuggito.

Ciò nonostante, pensò Edo, non gli aveva ancora rivolto alcuna domanda, ad eccezione di quando era rientrato anticipatamente da quel fine settimana.

Nel risponderle lui era stato vago, generico e sua madre non aveva insistito, anche se aveva percepito che qualcosa non andava.

Quando Edo era preoccupato lei se ne rendeva conto immediatamente, ma preferiva che fosse lui a parlarne, era certa che lo avrebbe fatto al momento opportuno.

Edo avrebbe voluto sfogarsi, far uscire rabbia ed angoscia, ma al momento non ne era capace, qualcosa lo tratteneva, lo spaventava, anche se non era ancora in grado comprenderne la ragione.

Si fissarono per qualche secondo, poi Edo chiuse la porta dietro di sé, le girò attorno e uscì di casa senza dire una parola, era imbarazzato, ma non riusciva ad agire diversamente.

Forse era venuto il momento di confrontarsi con un amico?

Angelo fu il primo che gli venne in mente, ma dopo quel disgraziato fine settimana si erano visti solo una volta per la restituzione delle chiavi di casa.

Angelo lo aveva sommerso di domande, inizialmente maliziose, si aspettava un esito diverso e glielo aveva detto senza mezzi termini, facendolo sentire a disagio.

Edo aveva farfugliato giustificazioni improbabili e da quel giorno lo aveva accuratamente evitato.

Decise di mandare un messaggio a Roberto.

Si erano parlati per la prima volta poche settimane prima, Edo sentiva inspiegabilmente di potersi fidare di lui, anche se si conoscevano appena.

Roberto gli rispose immediatamente, invitandolo a prendere un caffè in un bar del centro.

Chap. X

Nella rivista che le aveva regalato Valentina c’era un articolo sull’amicizia, Michela lo aveva letto e riletto in quei giorni.

“Le relazioni umane sono come uno specchio. Spesso quando state pensando: «Se la mia amica fosse anche solo un po’ più gentile con me sarei più aperta con lei», la vostra amica potrebbe pensare: «Se solo fosse un po’ più aperta con me, sarei più gentile con lei». Per questo è importante essere i primi ad avviare la conversazione. Se nonostante questo continuate a ricevere una risposta fredda, allora il problema è della vostra amica e non vostro. A volte non si può fare niente rispetto ai sentimenti degli altri. Il cuore delle persone cambia. Quando ciò accade dovremmo pensare: «Anche se gli altri cambiano, io non lo farò mai». Se qualcuno vi tratta con freddezza o vi delude, decidete di non fare lo stesso con gli altri. Chi tradisce la fiducia degli altri fa male solo a se stesso; è come se si conficcasse una spina nel cuore senza nemmeno accorgersene … Possono esserci momenti in cui gli altri vi deludono e vi recano dispiacere … In momenti del genere dovete essere coraggiosi. Non avete fatto niente di male, quindi continuate a vivere con fiducia in voi stessi e sicurezza”. Daisaku Ikeda, Dialoghi con i giovani.

Aveva cercato di mettere in pratica, se pur con riluttanza, quanto aveva letto, così aveva inviato un messaggio ad Edo nel quale gli chiedeva di vedersi, per chiarire.
Erano trascorsi tre giorni e non era arrivata alcuna risposta.

Giovedì sera era andata alla riunione buddista e al ritorno aveva deciso di scrivere una lettera ad Edo.

“Devo lasciar andare la tua mano, l’ho tenuta delicatamente nella mia per un lasso brevissimo di tempo ma mi hai segnato per sempre.
Ti ho voluto bene profondamente.
Quando hai deciso che dovevo uscire dalla tua vita e dal tuo cuore mi sono sentita cacciata con freddezza, senza motivo alcuno, come se per te valessi meno di niente.
Dal mio cuore, invece, non riuscivo ad escluderti.
Mi sembrava impossibile poter riprendere a vivere le mie giornate senza di noi, senza la nostra allegria, senza la nostra leggerezza, senza le nostre risate, senza essere felici per il solo fatto di condividere le cose più semplici.
Hai reso la mia vita un posto meraviglioso, anche se per poco, ti sarò eternamente grata per questo.
Poi, improvvisamente, hai lasciato che un aspetto del nostro rapporto fosse più importante della gioia, della bellezza, della creatività che portavamo uno nella vita dell’altro.
Credo che avremmo potuto superare insieme questo passaggio.
Forzando me stessa ho provato, inviandoti un messaggio, a ripristinare un rapporto tra noi, ma il tuo silenzio mi ha fatto comprendere che non mi vuoi più nella tua vita, che la mia presenza ormai ti è sgradita.
Mi hai ferita ed umiliata proprio perché da te mi ero sentita accettata e compresa come mai lo ero stata prima.
Nessuno in passato mi aveva ferito così profondamente e con tanta violenza, certo non fisica o verbale, ma non per questo meno penetrante o meno intensa, così come lo erano la gioia, la felicità, l’affetto e la dolcezza che mi avevi trasmesso prima.
Non occorre esprimere a parole cosa provi e soprattutto cosa non provi per me, i fatti sono eloquenti ed inequivocabili, ti è bastato poco, anzi niente per mettermi da parte, per cancellarmi, per dimenticarmi.
Non hai cercato alcun confronto, alcun dialogo, alcun chiarimento, mi domando dove sia finita la tua sensibilità, credo soffocata dalle tue paure, dai pregiudizi, dall’orgoglio, dall’io, dalla necessità impellente di proteggerti da me o forse da te stesso, perché io non ti ho chiesto niente e non pretendevo niente.
Mi hai turbata, disorientata, perché eri la persona più dolce e sensibile che io avessi mai incontrato..
Non credevo di aver bisogno di difendermi da te.
Dopo il tuo abbandono immotivato mi sono sentita sprofondare, ho sentito una voragine aprirsi ed inghiottirmi, non hai avuto alcun ripensamento, il tuo cuore è mutato e mi hai lasciato indietro con grande facilità.
Certo io ho contribuito a questo risultato ed anzi me ne assumo la totale responsabilità, il potere di farlo te l’ho dato proprio io ed il dolore che provo deriva dal fatto di averti permesso di insinuarti più di chiunque altro nel mio cuore, nel mio mondo, nel mio intimo, il dolore che sento deriva dal fatto di averti ingenuamente e fiduciosamente consegnato le chiavi della mia vita senza riserve o cautele.
Non avrei mai voluto farti uscire dal mio cuore, né tanto meno uscire dal tuo, avrei solo voluto che il nostro rapporto continuasse, in qualunque forma da te decisa.
Ora ti dico addio.
Ti auguro sinceramente di esser felice, di trovare il coraggio di riaprirti a qualcuno per lasciarti amare, sei una persona meravigliosi, il tuo cuore contiene tesori nascosti, ho avuto il privilegio di vederli prima che tu richiudessi velocemente e con furia lo scrigno.
Il nostro rapporto era basato su una condivisone profonda tra due essenze affini e complementari, creava un valore inestimabile nelle nostre vite e ci rendeva immensamente felici.
Nonostante il dolore acuto che mi toglie il sonno, il respiro, io determino ora e qui che ce la farò, che vivrò felicemente senza di te, che trasformerò questa sofferenza in nutrimento per la mia vita, non erigerò barriere, non chiuderò porte, andrò avanti con coraggio, con fiducia in me stessa, perché non ho fatto nulla di male, ti ho solo profondamente voluto bene.
Ora devo imparare a dare qualcosa a me stessa.
Queste parole servono per chiudere il capitolo della nostra amicizia o del nostro amore, definisci pure il rapporto che avevamo come meglio credi.
Spero che in futuro sarai così coraggioso da non lasciar andare la mano di chi ti vuole bene, nonostante gli ostacoli che faranno capolino durante il percorso, perché davvero il mondo poteva essere bello, davvero potevamo viverlo insieme inventando un rapporto fuori da qualunque convenzione o etichetta, potevamo, ma solo se entrambi lo avessimo voluto davvero, se tu avessi scelto noi.
A volte vincere significa perdere: oggi tu hai vinto, hai riavuto la tua vita, io riprendo da sola il mio cammino”.

Michela infilò il foglio accuratamente ripiegato dentro una busta, scrisse velocemente l’indirizzo di Edo ed uscì per imbucare la lettera.

Doveva spedirla subito, prima di cambiare idea.

Chap. XI

Edo e Roberto sedevano uno di fronte all’altro, sorridenti.

Roberto gustava il suo caffè macchiato, un sorso alla volta, metodico come in tutte le cose che faceva.

Edo lo osservava, incuriosito ed affascinato.

Era la prima volta che si sentiva attratto da una persona che appena conosceva, si rese però subito conto che non corrispondeva al vero, prima di Roberto c’era stata Michela.

Roberto gli stava raccontando la sua esperienza nella scuola che aveva frequentato prima di trasferirsi nella classe accanto alla sua, una scuola che Edo conosceva, la aveva presa in considerazione ma la aveva scartata, era nota per essere frequentata da ragazzi particolarmente benestanti, che escludevano i compagni che non potevano permettersi il loro stesso tenore di vita.

La famiglia di Edo non aveva mai avuto problemi economici, ma non era certamente ricca, suo padre guadagnava abbastanza bene, ma non più di quanto fosse sufficiente a garantire a sua moglie, casalinga, e a suo figlio un’esistenza dignitosa: beni di prima necessità, divertimenti, vacanze, nulla di più.

Roberto veniva da un contesto con possibilità economiche superiori, non avrebbe quindi dovuto correre il rischio di essere escluso o guardato dall’alto in basso per la sua condizione economica.

Roberto, però, detestava coloro che giudicavano gli altri sulla base delle loro disponibilità economiche, i compagni lo avevano percepito e, per questo, lo avevano preso in antipatia: la sua estraneità al gruppo non era, come per alcuni, l’effetto di una condizione economica che aveva “ereditato”, senza sua colpa, ma di una precisa scelta di vita.

Inizialmente i compagni si erano limitati ad ignorarlo ma, non appena si erano accorti che il loro atteggiamento non lo turbava, avevano iniziato a congiurare affinché gli fossero imputati eventi quali piccoli furti o danneggiamenti di materiale scolastico: il Preside non era riuscito a raccogliere alcuna prova decisiva per incolparlo ma l’atteggiamento dei professori, da allora, era cambiato, alcuni avevano iniziato a porgli, durante le interrogazioni, domande insidiose, al chiaro scopo di rovinare la sua ottima media.

Roberto si era difeso, era molto intelligente e gli bastavano poche ore di studio per acquisire la completa padronanza di una materia, ma si era presto stancato di dover combattere quotidianamente con tutta la scuola.

Edo lo ascoltava, affascinato dal suono della sua voce.

Roberto allontanò la tazzina dalla bocca, una macchia di latte gli rimase sul labbro.

Istintivamente e senza riflettere Edo allungò la mano verso il suo viso.

Roberto d’istinto si ritrasse, sorpreso e in parte lusingato.

Edo rimase immobile, con il braccio sospeso, senza sapere come proseguire.

Dopo qualche secondo di mutuo e imbarazzato silenzio, con un filo di voce Edo gli indicò dove era sporco e Roberto si pulì, delicatamente ma con estrema precisione.

Edo riconobbe che non avrebbe saputo fare altrettanto.

Sorrisero, guardandosi negli occhi, ma Edo sostenne lo sguardo solo per poco, poi dovette cedere.

Era turbato.

Nessuno mai, prima d’ora, lo aveva tanto colpito.

Gli pareva di non poter fare a meno della voce di Roberto, della sua presenza.

Roberto doveva aver percepito qualcosa, ma non faceva commenti.

Peraltro, non sembrava dispiaciuto per l’evidente interesse del suo amico, tanto meno annoiato o disgustato, Edo, invece, si arrovellava nel tentativo di classificare quelle sensazioni.

Roberto, sempre nel pieno controllo di ogni situazione in cui si trovava, lo indusse a riprendere la conversazione, chiedendogli notizie sulla scuola, sui professori, sui suoi nuovi compagni di classe, parecchi dei quali Edo conosceva, avendo condiviso con loro anni di educazione fisica.

Edo si scherniva, adducendo di non essere in grado di fornire risposte attendibili, ma Roberto pareva apprezzarle lo stesso, anche se parziali o incomplete.

Edo era felice, era la prima volta che un ragazzo lo ascoltava con tanto rispetto ed interesse.

Si lasciarono promettendosi di combinare presto un nuovo incontro.

Edo si incamminò felice verso casa, gli sembrava di volare, aveva completamente dimenticato il motivo per il quale aveva deciso di incontrare Roberto: parlare con qualcuno di Michela.

Entrò nel soggiorno e sua madre, vedendolo, notò con piacere che, dopo molto tempo, i suoi occhi erano tornati a sorridere.

Gli annunciò che era arrivata una lettera per lui, gliela aveva lasciata sulla scrivania della sua camera da letto.

Edo la guardò, sorpreso.

Nessuno sino ad allora, che lui ricordasse, gli aveva mai scritto una lettera.

Mentre saliva di corsa le scale pensò subito a Michela, era l’unica che avrebbe potuto fare una cosa del genere!

Non aveva smesso di pensare a lui, quindi.

Entrò nella sua stanza e si gettò sulla busta.

Riconobbe immediatamente la bella grafia di Michela ed iniziò a leggere con gioia.

Poche righe e le sue gambe iniziarono a tremare per lo shock.

Non riusciva a capacitarsi di non aver visto il suo messaggio.

Si gettò sul letto e iniziò a singhiozzare violentemente, la faccia nascosta nel cuscino.

Testo di Andrea Ferrari e GiuliaClaudia Ferrari

Fotografia di GiuliaClaudia Aloisi Ferrari 

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Andrea Ferrari e GiuliaClaudia Ferrari